La guerra non è mai finita: il 1° maggio delle vittime sul lavoro dimenticate

Le storie di Petrit, Rosa, Mirko, Abdul: vittime sul lavoro dimenticate

La guerra non è mai finita: il 1° maggio delle vittime sul lavoro dimenticate

“Chiamatele pure morti bianche. Ma non è il bianco dell’innocenza - non è il bianco della purezza - non è il bianco candido di una nevicata in montagna - E’ il bianco di un lenzuolo, di mille lenzuoli che ogni anno coprono sguardi fissi nel vuoto - occhi spalancati dal terrore - dalla consapevolezza che la vita sta scappando via. Un attimo eterno che toglie ogni speranza - l’attimo di una caduta da diversi metri - dell’esalazione che toglie l’aria nei polmoni - del trattore senza protezioni che sta schiacciando - dell’impatto sulla strada verso il lavoro - del frastuono dell’esplosione che lacera la carne - di una scarica elettrica che secca il cervello. E’ un bianco che copre le nostre coscienze - e il corpo martoriato di un lavoratore. E’ il bianco di un tramonto livido e nebbioso. di una vita che si spegne lontana dagli affetti. di lacrime e disperazione per chi rimane. Anche quest’anno oltre mille morti - vite coperte da un lenzuolo bianco. Bianco ipocrita che copre sangue rosso - e il nero sporco di una democrazia per pochi. Vite perse per pochi euro al mese - da chi è spesso solo moderno schiavo” (Carlo Soricelli).

E’ già il Primo Maggio. Ma il giorno dei lavoratori dopo le recenti stragi di Firenze Esselunga e della centrale idroelettrica di Bargi non è certo una festa, ma un fardello insopportabile. Eppure, come un macabro rituale, anche questa volta non vi è stato ministro o pubblica autorità che non si sia affannato a ripetere, come un’usurata litania, che: «il Consiglio dei ministri varerà un nuovo pacchetto di norme per il contrasto al lavoro sommerso, al caporalato e per la tutela della sicurezza nella filiera degli appalti», «basta! Non può continuare così, non ci si può rassegnare come ad una inevitabile fatalità!», «anche solo una vita persa è una perdita irreparabile ed una sconfitta per noi tutti!», «purtroppo, sono tante le notizie legate alle morti bianche, una terribile piaga che è necessario combattere. È inaccettabile, ancora oggi, dover rischiare la vita mentre si lavora, sul luogo che dovrebbe darti il sostegno per vivere e non per morire!».

Ma i lavoratori continuano a morire. Il numero aumenta senza sosta da anni. A Firenze sono cinque gli operai morti nel cantiere dell’ex panificio militare, parrebbe che alcune delle vittime dell’incidente sul lavoro avessero svolto le loro mansioni senza regolare inquadramento contrattuale e adeguata formazione.

A Bargi il disastro nella centrale idroelettrica è costato la vita a sette lavoratori ed ha causato il ferimento di altri cinque.

Ma qual è la risposta delle Istituzioni? Per ora pare il sistema della “patente a punti, che nell’idea del legislatore dovrebbe operare a partire dall’ottobre 2024 per le imprese dl settore edile. Il decreto-legge 2 marzo 2024, n 19 in vigore dal 2 marzo 2024, ma applicabile dal 1° ottobre 2024 (art. 29, comma 19, lett. a) d) parte da una dotazione iniziale per l’azienda di 30 punti, incrementati di un credito per ciascun anno successivo al secondo, sino ad un massimo di dieci crediti, e soggetti a decurtazione in caso di violazioni e infortuni. Viene previsto un vero e proprio lugubre prezziario a seconda del tipo di sinistro causato da colpa del datore di lavoro: 20 crediti per la morte del lavoratore; 15 crediti per l'inabilità permanente al lavoro, assoluta o parziale; 10 per l’inabilità temporanea assoluta che importi l'astensione dal lavoro per più di quaranta giorni. Proprio così.

Inoltre, in presenza di eventi mortali o di infortuni da cui derivi una inabilità permanente assoluta o parziale l’Ispettorato Territoriale del Lavoro potrà sospendere, in via cautelativa, la patente per un periodo non superiore a 12 mesi.

Sotto i 15 crediti non si potrà  più operare nel cantiere, tranne il caso in cui occorra completare l’opera oggetto di appalto o subappalto in corso (comma 8). Fra l’altro, è prevista la reintegra dei crediti laddove il soggetto intenda procedere con la frequenza a corsi di formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Arrivano in aiuto i corsi di recupero.

Il futuro sistema preventivo è allora fondato sulla valutazione della colpa dei datori di lavoro nella causazione dei sinistri da parte dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro, perché anche “piccoli sinistri” (ad esempio senza postumi, ma di durata superiore ai quaranta giorni) possono cagionare la perdita dei punti, se vi è negligenza del datore di lavoro.

Ecco, è questo il punto: il nostro apparato di vigilanza è pronto a supportare questo sistema? La storia ci insegna che dopo le stragi sul lavoro, sull'onda di una robusta spinta mediatica, non c’è Autorità che non inizi le indagini con la massima solerzia, e nessuno dubita del fatto che eventuali responsabilità, in questi casi verranno accertate. Ma accade sempre così? Accade così anche per quegli eventi, di portata meno deflagrante, che nel silenzio colpiscono la vita e gli arti dei lavoratori?

Se non li conoscete, proviamo a ricordarli noi, alcuni.

A Trento c’è Petrit, ha 36 anni, è un operaio di una segheria. Lavora sodo, senza sosta, non ha mai creato problemi al datore di lavoro, anche quando c’è da fermarsi un po’ di più per un lavoro da consegnare con urgenza. Quella volta operava sulla sega circolare, stava pulendo il piano di lavoro vicino alla lama, è bastato un attimo e la lama ancora in movimento gli ha risucchiato prima il guanto e poi il dito. Gli ispettori del lavoro si sono recati sul posto ravvisando diverse anomalie ed elevando alcune sanzioni. Nel dettaglio gli ispettori del lavoro hanno rilevato che il sistema delle lame del gruppo di taglio non si arrestava in tempi utili per impedire un contatto accidentale (come invece avrebbe dovuto fare il macchinario), inoltre si è scoperto che il lavoratore infortunato aveva frequentato l’ultimo corso di formazione in materia di sicurezza più di 5 anni prima. Eppure, per il datore di lavoro finito sotto processo per “lesioni personali colpose con violazione normativa antinfortunistica” è stata chiesta l’archiviazione da parte del Pm. Il motivo? I controlli sono avvenuti ben 8 mesi dopo. In sostanza secondo il Pm non è possibile dimostrare che le irregolarità del macchinario rilevata dagli ispettori del lavoro 8 mesi dopo fossero presenti anche 8 mesi prima, quando si è verificato l’infortunio.

E poi c’è Rosa, lei ha 50 anni, è un’infermiera , un’operatrice sanitaria, con oltre trent’anni di esperienza, che, fin dall'inizio della pandemia di Covid 19 è in prima linea in ospedale. Quell’aprile del 2020, ancora era freddo, si lavorava all’esterno dell’ospedale, nel triage allestito di fortuna sotto un gazebo ed esposto alle intemperie. Niente giacche, niente scarpe antinfortunistiche, nessun tappeto antiscivolo. Rosa conta solo sulla sua forza di volontà nel combattere la pandemia e rimane in piedi anche all’aperto, dritta sui suoi zoccoli bianchi da infermiera, anche sul pavimento bagnato dalle intemperie. Fino a quando all’ennesimo temporale durante un turno di servizio al triage scivola e nella caduta si frattura un polso. Quel giorno pioveva e il pavimento della struttura era stato reso scivoloso dalla pioggia e dall’igienizzante caduto a terra. L’infortunio impedirà all’infermiera di tornare al lavoro per oltre 40 giorni. L’Inail parla di una frattura scomposta con una menomazione pari all’8%. Nessuno apre un’inchiesta, ma la lavoratrice non si arrende e denuncia l’infortunio, finalmente si avvia un’indagine, affidata alla stessa Azienda Sanitaria della quale fanno parte i datori di lavoro indagati. L’inchiesta fa emergere la carenza sul pavimento di un tappeto antiscivolo, che avrebbe evitato l’infortunio e apposto solo dopo l’evento. Ciò nonostante, la Procura in base all’indagine degli ispettori del lavoro chiede l’archiviazione e sarà solo a seguito dell’opposizione all’archiviazione della tenace lavoratrice che il Giudice ordinerà l’imputazione coatta dei dirigenti dell’azienda sanitaria.

E poi c’è Mirko, lui lavorava come carpentiere in uno scavo presso il cantiere per un appalto pubblico nel Canavese. Per lui era il secondo giorno di lavoro ed era una festa, finalmente era stato assunto, ha iniziato subito a lavorare senza neppure una visita dl medico competente del lavoro. Così avrebbe potuto garantire a sua moglie un’esistenza dignitosa,  suo figlio avrebbe potuto studiare e non abbandonare, come aveva fatto lui, il sogno di una vita migliore. Ma quel giorno di giugno, non si fa festa, a casa di Mirko i carabinieri suonano il campanello della moglie e le dicono che suo marito ha avuto un malore. Quel giorno era caldo, c’erano circa 30 gradi con il 70% di umidità e Mirko lavorava sul lato sud del cantiere. E’ morto. I referti ospedalieri parlano di “colpo di calore”, gli Ispettori del lavoro sanzionano il datore di lavoro, che non aveva previsto nel suo DVR alcun rischio ed alcuna misura per fronteggiare i pericoli dl caldo estivo. Ciò nonostante, la Procura chiede ed il Giudice dispone l’archiviazione del procedimento. Nessuna giustizia per moglie e figlio.

Sul Lago di Garda c’è Abdul, lui era partito da Tunisi per fare l’operaio in una ditta edile. In Italia con il bonus si dice che c’è lavoro per tutti in edilizia, perché non tentare allora? Gli mancheranno le spiagge e quelle partite di pallone, che si protraevano con i ragazzi della sua comitiva fino al tramonto. Arriva in Italia e inizia subito a lavorare, non c’è tempo, in cantiere bisogna finire i lavori al più presto per non perdere il bonus. Non c’è tempo per frequentare la formazione obbligatoria. Quel giorno dannato Abdul è da solo, perde un dito manovrando in modo scorretto la sega circolare, che nessuno gli aveva mai insegnato ad usar correttamente. Dopo l’infortunio il datore di lavoro non gli rinnova il contratto e gli ispettori dl lavoro e la Procura, pur rilevando la carenza di formazione obbligatoria del lavoratore, concludono che la colpa dell’infortunio è solo sua, che non è stato attento quando usava la sega circolare.

Sono tutte storie che riguardano silenziosi e più o meno piccoli infortuni sul lavoro. Quegli infortuni che coinvolgono le storie delle persone più umili ed in quanto tali bisognose di riaffermare con ancor più forza il valore più importante dell’esistenza umana: la dignità.

Ma in che modo può essere difesa la dignità degli umili in presenza di una atavica carenza di organico degli ispettori del lavoro: se si interviene dopo otto mesi da un infortunio sarà difficile accertare le irregolarità causative dell’infortunio (la macchina difettosa nel frattempo sarà stata aggiustata!). E’ poi siamo certi che le Autorità Preposte, i magistrati requirenti e giudicanti (che, specie nei tribunali italiani di provincia, si occupano di tutto, dai reati in materia di stupefacenti ai reati in materia tributaria ed edilizia) siano sufficientemente specializzati in una materia, la sicurezza sul lavoro, che presenta un alto tasso di tecnicismo? Vi è chi ne dubita, tanto che durante la scorsa legislatura era stata presentata una proposta legislativa sulla istituzione di una procura nazionale del lavoro con collegate direzioni distrettuali (Atto n.2052/S, presentato il 17 dicembre 2020). Purtroppo mai approvata.

Nella materia della sicurezza sul lavoro, fino a quando non si addiverrà ad una generalizzata e sufficiente specializzazione dei soggetti incaricati di trattarla, si continuerà ad avere una situazione inaccettabile.

Nonostante la nostra Costituzione, entrata in vigore il 1° Gennaio 1948, nei suoi Principi fondamentali fondi la Repubblica sul lavoro (art. 1), che viene riconosciuto all’art. 4 a tutti i cittadini e all’art. 41 Cost co. 2 stabilisca che «l’iniziativa economica privata …Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» disvelando la «funzione umile del diritto del lavoro» continuiamo ad avere (dati Inail del 2023) troppi infortuni sul lavoro ogni anno, 585.356, ci dicono le ultime rilevazioni, dei quali 1.041 con esito fatale.

Possiamo e dobbiamo influire sulle vite degli altri, applicando le regole. Anche se non siamo direttamente responsabili, lo diventeremo se non facciamo nulla per cambiare. Di fronte ad una guerra che non è mai finita non dobbiamo perdere, anche questo Primo Maggio, la capacità di indignarci.

 

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